Luisa Ortu
15 Settembre 2011 - 08:39
Mi ha colpito molto questo articolo sulle best practice che ho trovato sul sito:
www.attuazione.com
Negli ultimi quindici anni chi ha avuto esperienze in aziende di medie e soprattutto di grandi dimensioni non può non essere stato coinvolto (direttamente o indirettamente) su almeno un progetto di “best practice”.
Il ragionamento sottostante e a sostegno delle best practice ci pare sia più o meno questo:
“Andiamo a vedere chi è il migliore nel fare una data cosa (che sia nel nostro settore di business o no, fa lo stesso), e cerchiamo di sapere come fa a fare quella cosa così bene. Quel modo di fare è senz’altro una best practice su cui possiamo confrontarci e provare a portare all’interno della nostra impresa”.
Non si dice, ma si pensa : ‘‘facendo anche noi come lui, diventeremo anche noi bravi e saremo più competitivi”.
Il ragionamento non fa una piega. Tanto che società di consulenza internazionali (e non solo) hanno fatto la loro fortuna impollinando le imprese di queste invidiabili “best practice”.
Bussano alla porta di super impegnati amministratori delegati presentano la nuova best practice (cocktail micidiale di tecnologie, strumenti, processi, modelli…) e suggestionano il malcapitato dicendogli “Fai anche tu così! Cosa aspetti? Vedrai che il successo ti sorriderà!”.
La tentazione è troppo forte.
Se poi le cose non dovessero andare come si spera, e, di solito, succede proprio così, la “colpa” ovviamente sarà delle persone, del management, degli investimenti che non erano in asse e della solita difettosa, maledetta e fastidiosa execution.
Eppure tutti dovrebbero sapere che le cose non funzionano così.
Tutti hanno mogli intestardite a copiare la torta della nonna per produrre qualcosa di immangiabile che non è nemmeno lontano parente dell’originale.
La verità è semplice e a portata di mano: non si possono importare e inserire best practice tout court.
Si possono conoscere, studiare, trarne ispirazione, ma mai e poi mai osare copiarle.
Nel “copiare” e nel conformarsi alla “best practice” c’è sempre un errore di fondo. Una mancanza invisibile che si paga a caro prezzo. È data dal fatto che non si può copiare la cultura, le tensioni, i valori e quelle particolari circostanze che hanno fecondato la best practice originale e che nel processo di appropriazione non ci sono più. Se ci fossero, sarebbero comunque inaccessibili.
Nel conformarsi si amputa il pensiero e l’attenzione diventa schiava del “modello”. Così che si perdono di vista le convenienze di attuazione.
Trapiantare best practice è come pensare di sostituire un cuore umano con quello del cavallo per riuscire a correre di più. Tempo perso.
In attuazione, per fortuna, si è condannati ad innovare. Anche di poco, ma innovare. Solo così la funzione del pensiero è presente in toto.
Chi attua sa che quando ci si fa guidare solo dalla conoscenza non si fa più quello che si è lì per fare, che si è pagati per fare e che si dovrebbe sempre fare: lavorare.
Mi sembra che ci siano degli spunti utili sui quali riflettere. Nella vostra azienda vi è capitato di lavorare su progetti di adozione di best practice esterne? Qual'è stato il processo di "applicazione" che è stato utilizzato?
Sarebbe interessante avere qualche feed-back dagli utenti.
Commenti
Articolo di sottoscrivere. In realtà le best practices sono nate per sopperire alle nuove esigenze di legittimazione, che la comunicazione commerciale non riusciva più ad ottenere, come nuova forma di comunicazione istituzionale. Questo sopratutto in seguito all'adozione da parte degli stati membri, delle linee guida di project management per la gestione dei programmi comunitari di finanziamento. Questi infatti prevedono di diffondere le misure di intervento attraverso beneficiari stessi del progetto, che nelle apposite azioni di disseminazione o di capitalizzazione per nterventi di trasferimento dell'innovazione, in un qualche modo prescrivono lo strumento delle best practices.
Chi le usa per copiare è sprovvisto, in quel caso sarebbe molto più efficace il metodo del benchmarking, nato appositamente per confronti comparativi.