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Sviluppo d'Impresa & Open Innovation

22 Giugno 2011

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La carenza di Cultura d’Impresa è una delle criticità maggiori che presentano le aziende del territorio, questo dipende principalmente dalla ridotta dimensione delle imprese toscane e dalla eccessiva attenzione che esse mostrano nei confronti del prodotto. Ciò impedisce alle Imprese di avere chiara una strategia di impresa efficace e misurabile. Un livello debole di managerialità ha effetto sulla gestione delle Risorse Umane in azienda ed il nanismo delle imprese impedisce al territorio di essere attrattivo nei confronti dei talenti e di fidelizzarli: molto spesso, per rimanere in Toscana, i giovani si accontentano di lavori sottoqualificati e precari. E’ questo infatti il quadro che emerge da una ricerca, dal titolo “Offerta e domanda di capitale qualificato in Toscana” che l’Irpet ha condotto per conto della commissione speciale Lavoro.

 

Non avere talenti, o comunque avere delle risorse umane demotivate, non può garantire standard di performance elevati, con evidenti riflessi sul contesto competitivo Toscano. Infatti il contesto economico toscano, mostra per la maggior parte imprese che operano nei settori tradizionali e con dimensioni ridotte. Questa tipologia d’impresa può accedere alle opportunità solo in presenza di adeguate risorse organizzative e professionali e grazie all’azione di supporto proveniente da un contesto esterno evoluto. Il contesto esterno però, in alcuni casi, non garantisce alle imprese un adeguato supporto alla crescita.

 

In relazione alle criticità suddette è necessario attivare un percorso di diffusione di Cultura di Impresa rivolta alle PMI che sia improntata a sviluppare:

 

a.  Una definizione chiara e misurabile delle strategie aziendali, almeno in merito ai seguenti asset fondamentali dell’impresa:

  • Risorse Umane
  • Innovazione
  • Internazionalizzazione

 

b. È necessario sostenere con interventi pubblici e privati processi di SPIN-OFF di impresa, individuando i settori e comparti economici di interesse (evitando quindi finanziamenti a coriandolo), che abbiano le seguenti caratteristiche: 

  • creazione di una nuova impresa a partire da unità preesistenti (organizzazioni)
  • generazione di una nuova sorgente di attività (nuova impresa autonoma, produzione di nuovo bene, utilizzo di nuovo processo o nuova tecnologia)
  • presenza di misure di sostegno attivo da parte di un’organizzazione madre

 

Per quanto riguarda il punto a, è sempre più diffusa l’esigenza, da parte delle imprese, di disporre di criteri oggettivi e misurazioni analitiche in grado di fornire un quadro, completo e preciso, teso alla valutazione delle attività svolte. In tal senso si inquadra l’utilizzo di Key Performance Indicators (KPIs), ovvero indicatori chiave di prestazione in grado di fornire sistematicità alle informazioni e ai dati in possesso.

 

Il successo di un’azienda può dipendere dalla capacità di identificare e assegnare priorità ai dati statistici più rilevanti. L'utilizzo di informazioni non appropriate può fornire una visione incompleta oppure, nel caso peggiore, l’adozione di KPI non adeguati può creare una falsa sensazione di sicurezza relativa alla gestione dell'azienda.

I KPI possono essere considerati strumenti tesi alla misurazione dei progressi e delle carenze all’interno di un’azienda e in tal senso risulta altamente strategico scegliere attentamente gli indicatori in grado di correggere le situazioni attuali e pianificare quelle future.

 

Per supportare le Imprese è pertanto necessario individuare, in collaborazione con i leader della formazione manageriale a livello nazionale, un modello di formazione per le PMI Toscane che miri a sviluppare azioni di promozione, diffusione, informazione e formazione sui valori e sulle azioni che le imprese devono adottare per poter fare un salto di qualità.

 

I principali temi che dovrebbero essere affrontati, in relazione alle criticità evidenziate sono:

  • Sistemi di misurazione delle performance multidimensionali
  • Il processo di gestione della performance: mappe strategiche, organizzative, dei KPI ed economico-finanziarie

 

In relazione al punto b la necessità è rappresentata dal diffondere presso le imprese il concetto di “innovazione aperta” (Open Innovation).

 

Confindustria Toscana Servizi

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"Collocando fuori dall'azienda alcuni progetti interni potrete ridurre
i costi di R&S senza compromettere le relative opportunità di crescita.
Ciascun progetto seguira n percorso specifico verso la destinazione
strategicamente più sensata.
SPETTA ALLA VOSTRA AZIENDA TRACCIARE LA ROTTA..."
Henry W. Chesbrough
 
 
 
Open Innovation è un termine promosso da Henry Chesbrough, professore e direttore esecutivo del Center for Open Innovation at Berkeley.
L'idea centrale di questo concetto è che, in un mondo come quello attuale dove la conoscenza viene largamente diffusa e distribuita, le aziende non possono pensare di basarsi solo sui propri centri ricerca interni, ma dovrebbero invece comprare o concedere in licenza le innovazioni (per esempio con i brevetti) attraverso scambi con le altre aziende.

Inoltre, le invenzioni sviluppate internamente ma non utilizzate nel proprio business dovrebbero essere date all'esterno (attraverso contratti di licenza, joint ventures, spin-off). Al contrario, il modello closed innovation si riferisce ad un processo che limita l'utilizzo della conoscenza interna entro le mura dell'azienda e non favorisce l'utilizzo della conoscenza esterna. Alcune aziende che promuovono l'Open Innovation sono Procter & Gamble, InnoCentive, spigit, e IBM. Iniziano a presentarsi sul mercato anche modelli e servizi di Open Innovation orientati al delivery di soluzioni o progetti, favorendo quindi il ritorno economico di questo approccio.
 

Prima della seconda guerra mondiale, il modello closed innovation era il paradigma utilizzato nella maggior parte delle aziende. Le aziende maggiormente innovative mantenevano un elevato livello di segretezza sulle loro scoperte e non cercavano di reperire e/o assimilare informazioni esterne ai loro laboratori di ricerca e sviluppo.

Negli ultimi anni però vi è stato un significativo sviluppo della tecnologia e della società che ha facilitato moltissimo la diffusione delle informazioni (in particolare i sistemi di comunicazione ed internet). Al giorno d'oggi le informazioni possono essere trasferite in modo talmente facile che sembra impossibile bloccarle. In questo contesto il modello Open Innovation statuisce che, nel momento in cui le aziende non possono bloccare questi flussi di informazioni, le aziende devono capire come utilizzare tutto questo a loro vantaggio.
Diventa focale per le aziende capire quali informazioni esterne portare al proprio interno e quali informazioni interne cedere all'esterno.
Nonostante la somiglianza del nome, Open Innovation ha poco in comune con l'Open Source che enfatizza lo scambio e non la vendita o la concessione in licenza delle innovazioni.

 

OPEN INNOVATION: UNA SOLUZIONE PER LA TOSCANA

 

 

  

Due strumenti utili per sfruttare al meglio le opportunità di finanziamento e avere idee progettuali da proporre

 
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Il Centro Studi di Confindustria Toscana e Ance Toscana sviluppano analisi a supporto delle attività di Confindustria Toscana e producono rapporti economici e finanziari finalizzati alla divulgazione di informazioni utili alle associazioni industriali territoriali ed alle imprese associate.

 

In collaborazione con Unioncamere Toscana viene realizzato l’osservatorio congiunturale trimestrale del comparto manifatturiero.

 

Leggi le sezioni specifiche dell'Area Centro Studi:

  • See video
  • Interventi di Henry Chesbrough
    Interventi di Henry Chesbrough
  • Intervista con David Kester - Chief Executive - Design Council
    Intervista con David Kester - Chief Executive - Design Council

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